Francesca Del Moro vs Ilaria Palomba

Bologna in Lettere 2024

Le note introduttive

Francesca Del Moro vs Ilaria Palomba

 

Le poesie che Ilaria Palomba ha scelto di leggere in questa occasione appartengono alla sezione centrale della sua ultima silloge, Microcosmi, pubblicata da Ensemble, che con il titolo “Interludio” fa da cerniera tra la prima “Gravità” e la terza sezione “Levità” invertendo il movimento dalla semplicità alla complicazione dell’opera per pianoforte Mikrokosmos, del compositore ungherese Béla Bartók.

Qui la tripartizione fa pensare a un’ascesa dantesca attraverso i tre regni, dalla voragine infernale, profonda, pesante, fino all’aerea dimensione del paradiso, attraverso un percorso purgatoriale che è lotta, fatica, conquista, speranza e smarrimento. Oltre a richiamarsi alla musica, molto presente nella formazione e nella scrittura di Palomba ed evocata nei versi che ascolteremo dal riferimento a Schumann, la parola microcosmi può riferirsi a una frammentazione interiore dell’individuo alle prese con “diecimila demoni, diecimila mondi, diecimila parti di sé”, per citare altri versi sempre contenuti nella raccolta. Ed è con i propri frammenti che si è chiamati a fare i conti, frammenti che chiamano da un lato al dissolvimento, dall’altro a una ricomposizione.

E qui il soggetto poetico, che dice io ma che in definitiva può coincidere con l’umanità tutta, sembra tirato in direzioni opposte da queste contrastanti pulsioni. Ci sono elementi che possono fungere da appiglio: la materia, anzitutto, al primo verso, il ritornare al corpo, la nominazione delle cose, dei fiori, dei muri, che delimitano e forniscono appoggio, fanno casa, i nomi con cui ci sentiamo chiamare. Ovunque però si spalanca il vuoto, un vuoto che scivola dentro (in questi pochi versi la parola che dà peraltro il titolo al romanzo pubblicato da Palomba per le edizioni Les Flâneurs si ripete quattro volte). È l’invisibile che ci colma, lo scisma che ci fa separati da noi stessi, dalla materia, il dissolvimento reso dal verbo “stingere”, lo svanire delle cose che appaiono coperte, ridotte a simulacri di ciò che è sparito.

Il vuoto è letteralmente scavato dalle negazioni incalzanti (l’avverbio “non” ricorre oltre venti volte), che però rappresentano anche altro: in primis il rifiuto delle convenzioni, delle convinzioni e delle costrizioni della società. Le parole della poesia si fanno largo sgomitando in mezzo a un coro di voci che invitano a essere conformi, a “edificare un’esistenza presentabile”, con il verbo “edificare” che si ripete diventando emblematico del dovere di una vita costruttiva. Un imperativo esterno, questo, che allontana ciascuno dalla sua vera identità, lo svia dalla ricerca di sé costringendolo a scegliere costantemente tra mille maschere per interagire con gli altri.

“Ci hanno detto di andare, indossare, svestire” si legge in un’altra poesia, in cui ritorna l’idea di doversi di volta in volta travestire per fare la propria parte nella recita collettiva. “Ci hanno detto di dire che a nulla vale sapere” è il monito ancora più pesante, che fa pensare al Dio dispotico che allontana le sue creature dall’albero della conoscenza per restarne unico depositario.

Accanto a queste voci, ne risuonano altre, che invitano per contro a guardarsi dentro, a trovare qualcosa che non si vede, la fede nella vita, la vita in cui risiede la rivoluzione, la sola bellezza. E infine, “le voci bianche da operetta”, il cicaleccio ridicolo e infantile dei social, suoni in sincrono, campane ripetute in coro, futile sveglia del mattino.

Nella poesia iniziale, l’espressione “ventuno direzioni avverse”, essendo ventuno il numero della perfezione, sembra riferirsi a una sorta di dettame interiore, un anelito che si rivela frustrante e che porta l’individuo a smarrirsi. Molteplici sono i riferimenti a un’esistenza errabonda, a partire dal verbo pregnante e aulico “vagolare”, ai riferimenti alla fuga, all’andare nel vento con gli spiriti, alle incalzanti domande come “Cosa siamo ora?”, nonché all’impossibilità di ottenere risposte. Risposte che potrebbero arrivare da qualche figura autorevole che immancabilmente non si rivela all’altezza (padri immaginari, o ancora padri o madri, o un Dio che però non risponde alle preghiere, un Dio inane discettante dal podio).   

La negazione “non” ricompare anche a scandire richieste accorate che talvolta sembrano rivolte a sé, come indicazioni da seguire per proseguire nel proprio cammino, altre volte a un tu con cui si innesta una dialettica di avvicinamento / allontanamento, una sorta di paura / bisogno di contatto: non parlarmi, non guardarmi, e al tempo stesso “non lasciarmi”. Una dialettica che tradisce un bisogno d’amore, che qui appare frustrato: dal pavesiano “disamore” all’amore negato e che non si è mai osato chiedere.

Una poesia confessionale questa? Non è dato, e forse non è nemmeno rilevante, sapere quanto dell’io che è soggetto poetico coincida con l’io biografico dell’autrice. Non è rilevante, perché questi versi, così eleganti, essenziali, ricercati e musicali sono davvero specchio universale dei conflitti, delle contraddizioni, ma anche delle speranze e dei desideri che riguardano tutti gli esseri umani, ciascuno dei quali è appunto un “microcosmo”.